mercoledì, 7 Ottobre 2026
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Saman, niente domiciliari ai cugini

La Cassazione ha respinto la richiesta della difesa: “Non hanno preso le distanze dalla cultura patriarcale"

REGGIO EMILIA – La Corte di Cassazione ha chiuso definitivamente la porta agli arresti domiciliari per Noman Ul Haq e Ikram Ijaz, cugini di Saman Abbas, confermando la loro permanenza in carcere. Alla base della decisione, non solo il pericolo di fuga, ma soprattutto il concreto rischio di reiterazione del reato, in particolare nei confronti di donne che dovessero infrangere le rigide regole del patriarcato, una cultura dalla quale i due non hanno dimostrato di essersi realmente emancipati.

I cugini, rispettivamente di 38 e 33 anni, sono stati condannati all’ergastolo il 18 aprile scorso dalla Corte d’Assise d’Appello di Bologna per l’omicidio e la soppressione del cadavere della giovane, in concorso con lo zio e con i genitori di Saman. Anche questi ultimi, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, hanno ricevuto la condanna all’ergastolo, mentre allo zio Danish Hasnain sono stati inflitti 22 anni di reclusione, pena aumentata rispetto ai 14 anni del primo grado. Per tutti gli imputati sono state riconosciute le aggravanti della premeditazione e dei futili motivi.

L’uccisione di Saman Abbas, la 18enne pakistana che aveva rivendicato il diritto di scegliere liberamente il proprio futuro, ha suscitato un’ondata di indignazione nazionale, trasformandosi nel tempo in un simbolo della lotta contro la violenza sulle donne. Il delitto risale alla notte tra il 30 aprile e il 1° maggio 2021 a Novellara; il corpo della ragazza venne ritrovato solo oltre un anno dopo, sepolto in una fossa a poche centinaia di metri dall’abitazione familiare, grazie alla collaborazione dello zio Hasnain.

La condanna all’ergastolo dei cugini in secondo grado ha rappresentato un ribaltamento clamoroso rispetto al primo grado di giudizio: entrambi erano stati assolti dalla Corte d’Assise di Reggio Emilia con sentenza del 19 dicembre 2023. Dopo la decisione della Corte bolognese, i due erano stati arrestati nel maggio successivo. I difensori avevano quindi chiesto la concessione dei domiciliari al tribunale del Riesame, istanza respinta, seguita dal ricorso in Cassazione.

Il ricorso, contenuto in un atto di 288 pagine, era stato depositato a fine ottobre dall’avvocato Luigi Scarcella del Foro di Reggio Emilia, difensore di fiducia di Noman Ul Haq e sostituto processuale dell’avvocata Mariagrazia Petrelli del Foro di Bologna. Anche questo tentativo è però fallito.

Secondo i giudici della Suprema Corte, i due imputati “sono stati ritenuti colpevoli di aver commesso un omicidio in danno di una loro parente verso la quale non avevano alcun motivo di conflitto”, un delitto motivato da “un retaggio culturale valutato come motivo abietto o futile”. Un retaggio che, sottolinea la Cassazione, continua a rappresentare un fattore di allarme, poiché espone al rischio di nuove condotte criminali “in danno di altri familiari, soprattutto di sesso femminile”, qualora vengano nuovamente violate quelle stesse regole patriarcali.